I rifiuti tech e il diritto alla riparazione

I rifiuti tech e il diritto alla riparazione

In un’ottica di sostenibilità, si parla sempre di più del “diritto alla riparazione” e dell’opportunità di riciclare i rifiuti di origine tecnologica. È una battaglia importante, con grandi possibilità di influire positivamente sull’ambiente, e avviene su due fronti.

Il primo è, appunto, quello del movimento per il diritto alla riparazione. Diffuso dagli Stati Uniti all’Europa, il suo obiettivo è ottenere le informazioni, le parti di ricambio e gli strumenti necessari a riparare o sostituire le componenti danneggiate dei device. Tutto ciò, senza interpellare le case di produzione, ma in completa autonomia. Sembra scontato, ma non lo è. Le case di produzione, infatti, tendono ad arrogarsi il diritto di riparazione dei propri prodotti con diverse strategie: dalla perdita della garanzia ai blocchi elettronici. In questo modo, la sostituzione dei componenti avviene in seno all’azienda produttrice, comportando così dei costi più alti. Quanto spesso ci siamo detti, o abbiamo sentito dire, che era più conveniente sostituire uno smartphone anziché farlo riparare?

Questo atteggiamento incentiva il consumo con ricadute dannose sull’ambiente. Il diritto alla riparazione coinvolge uno spettro molto ampio di prodotti: i più coinvolti sono gli smartphone, i tablet e i computer; ma nemmeno i trattori sfuggono.

Il secondo fronte, strettamente collegato al primo, riguarda invece l’opportunità di riciclare i rifiuti tecnologici. A titolo d’esempio: si stima che il ciclo di vita di uno smartphone, nei paesi economicamente avanzati, sia di due anni e mezzo. Ma solo una minima percentuale dei telefoni dismessi viene riciclata correttamente, con perdite ingenti non solo dal punto di vista ambientale ma anche economico.

Infatti, un singolo smartphone contiene 300 volte la quantità d’oro contenuta in una tonnellata di roccia. E non è finita: contiene anche argento, platino e altri metalli preziosi, insomma, è una vera miniera di risorse riutilizzabili.

Il processo di riciclaggio di questi elementi è ancora agli inizi, ma promette bene. In Italia, per esempio, l’impianto Romeo, messo a punto dai ricercatori di Enea, ha brevettato una tecnica basata su un processo idrometallurgico, con una resa pari al 95% dei rifiuti elettronici, grazie anche al riutilizzo dei gas emessi. Il processo permette inoltre di scegliere il grado di purezza dei metalli ottenuti, per rispondere così alle esigenze di mercato. Non solo sostenibile, ma anche vantaggioso.

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