Salute

Non solo videogiochi: la realtà virtuale in medicina

22 maggio, 2019

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Solitamente, quando pensiamo alla realtà virtuale (VR – Virtual Reality), la prima cosa che ci viene in mente sono i videogiochi. Il classico visore e il joystick infatti ci inducono ad associarla ad attività puramente ludiche e di intrattenimento.

Nel tempo, la VR ha però trovato una sua applicazione in diversi campi – solo qualche settimana fa abbiamo visto come stia prepotentemente cambiando il nostro modo di viaggiare.

Anche il mondo della salute e della medicina non vuole essere da meno. Per questo la VR sta diventando uno strumento sempre più importante sia per i dottori che per i pazienti.

In alcune università e ospedali, ad esempio, viene utilizzata per la simulazione di operazioni chirurgiche. In questo modo gli studenti di medicina possono confrontarsi con situazioni complesse ed essere preparati per il momento in cui dovranno affrontarle dal vivo.

Ma oltre alla sua funzione didattica e formativa, la VR possiede un grande potenziale anche dal punto di vista terapeutico e riabilitativo. Il trattamento più famoso si occupa di fobie quali claustrofobia, aracnofobia o belonefobia – ossia la paura degli aghi. In questi casi il paziente viene esposto a uno stato d’ansia controllato e sicuro, così da permettergli di affrontare – e possibilmente superare – le proprie paure in maniera graduale.

All’ospedale Chris O’Brien Lifehouse, in Australia, viene invece utilizzata all’interno di cicli chemioterapici. Secondo i medici, proiettare i pazienti in una situazione diversa e meno pesante rispetto a quella che stanno vivendo li aiuterebbe ad affrontare le cure con minore stress.

Un’applicazione simile la ritroviamo anche nel mondo dei più piccoli. La VR in questo caso corre in loro soccorso nel momento in cui devono sottoporsi a una risonanza magnetica, aiutandoli a migliorare la loro esperienza durante l’esame.

La VR può essere poi utilizzata per la riabilitazione motoria e cognitiva. Con l’aiuto di un fisioterapista e di uno psicologo, il paziente svolge piccoli compiti con l’obiettivo di riacquisire confidenza con gesti e attività di carattere quotidiano.

Secondo alcune ricerche, potrebbe anche rappresentare una valida alternativa per gli antidolorifici e, addirittura, per l’anestesia. Questo tipo di trattamenti è però ancora in fase di sperimentazione e per il momento sembra piuttosto lontano da una reale attuazione.

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